di Pietro Barbini

Il 28 gennaio, a 56 anni dalla sua morte, è stato ricordato un grande artista, se non il più grande degli ultimi cent’anni, considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’“espressionismo astratto”, detto anche Action painting (pittura d’azione), inventore della tecnica pittorica cosiddetta dripping (sgocciolamento) che lo consacrò al grande pubblico.

Il suo nome è Paul Jackson Pollock. A “scoprirlo” fu la famigerata collezionista d’arte Peggy Guggenheim che nel 1943 gli organizzerà una mostra personale nella sua galleria. Da lui in poi l’arte, e il concetto stesso di arte, assumerà un nuovo volto. “Il dipinto finito”, infatti, asseriva dal noto critico americano Harold Rosenberg, diveniva così “la manifestazione fisica, una specie di residuo, del lavoro effettivo dell’arte, che era nell’atto del processo della creazione del dipinto”. A questo punto il quadro, la scultura, l’incisione, o qualsivoglia altro prodotto artistico, diventava un residuo dell’arte, uno scarto, in quanto si parla di arte come di processo creativo. Arte, dunque, non più come oggetto ma come azione.

E con la tecnica del dripping Pollock diventa un “guru” di queste nuove correnti astratte. Con questa tecnica, infatti, Pollock si distacca nettamente dalla “tradizione”, non solo per quanto riguarda l’estetica figurativa, ma anche per il modo con cui comincia a produrre i suoi quadri. Con il dripping si abbandona il cavalletto e il pennello si “stacca” dalla tela, facendo sgocciolare il colore dall’alto sulla tela (o cartone) distesa per terra. La tela spesso era di grandi dimensione e veniva lavorata da tutti e quattro i lati. Pollock, per far sgocciolare il colore, usava, pennelli induriti, bastoncini in legno, siringhe da cucina, cazzuole, coltelli, spesso e volentieri faceva scendere il colore direttamente dai tubetti o dai barattoli. Usava anche impasti fatti con sabbia, frammenti di vetri, smalti industriali e altro materiale ancora. Il colore veniva governato, non dalla mano, ma dall’intero corpo dell’artista.

In un’intervista rilasciata al Time disse: “Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto”. Pollock fu molto influenzato dall’arte dei nativi americani, in particolare dai “saind painting”, le pitture di sabbia colorata dei Navajo, dai grandi muralisti messicani, ma anche dalla pittura dei surrealisti. Si dice che quando Jackson Pollock dipingeva si staccasse completamente da tutto ciò che lo circondava, entrando completamente in trance, girando attorno alla tela, e gettando il colore, con movimenti veloci ed un’energia quasi frenetica, come fosse una danza, senza mai fermarsi fino a che non concludeva ciò che aveva dentro la testa (Pollock negava l’esistenza del “caso”). Molti interpretarono l’arte di Pollock come “liberazione dai valori politici, estetici e morali”, come una “progressione purificazione delle forme unita all’eliminazione del contenuto storico”, o identificavano “l’apparente casualità dello sgocciolamento del colore” come “analoga all’apparente casualità degli avvenimenti umani”. Altri la criticarono severamente, come la rivista Reynolds News che intitolò un suo articolo: “Questa non è arte, è uno scherzo di cattivo gusto”.

Molti oggi leggono i suoi quadri, e i dipinti degli Action Artists, come espressione di uno stato d’animo interiore, “una visione della propria interiorità, dove essi stessi rappresentano il campo d’azione per dar sfogo all’inconscio (dipingendo lasciando che sia la parte inconscia della psiche ad esprimersi). Lo scopo era quello di “toccare gli osservatori nel profondo del loro subconscio”. Non si può di certo negare che Pollock, la prima vera ed originale espressione artistica targata USA, abbia rivoluzionato l’arte, come non si può negare la sua maestria, anche se spesso non capita o apprezzata. Bisogna anche affermare però che le sue rappresentazioni artistiche sono al contempo espressione di un disagio interiore, personale e sociale, che andrà man mano estendendosi nella società e nei diversi campi, artistici o meno, dell’umano esistere. Un’arte, quella degli Action Artists, che, attraverso l’azioni, manifesta una richiesta di “aiuto”, cerca delle risposte sul senso della vita. Emil Kraepelin, psichiatra, riscontrò una “forte relazione tra la produzione artistica e la psicosi maniaco-depressiva”. Parimenti la psicanalista Chassequet Smirgel affermò che le personalità più creative, artisticamente parlando, spesso presentano “disturbi somatici che portavano fino alla depersonalizzazione con casi di perversione”. Per quanto riguarda Pollock si può affermare che la sua vita non fu semplice. Fu il quinto di 5 figli, il padre contadino si spostava continuamente in cerca di lavoro e il piccolo fu cresciuto da una madre molto autoritario.

All’età di tredici anni, per il suo carattere indisciplinato, venne allontanato dalla Scuola Superiore di Arti manuali di Los Angeles. Ebbe gravi problemi con l’alcol, del quale rimase schiavo per tutta la vita.

Dal 1939 al 1943 si sottopose a sedute psicanalitiche a causa dell’alcolismo e della depressione.

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