di Antonio D’Angiò

Fino al 20 marzo presso la Galleria 20Art Space (vai al sito della Galleria) in Via XX Settembre 122 a Roma saranno esposte le opere di tredici artisti che hanno contribuito alla realizzazione di una edizione illustrata de I promessi sposi edita da Italarte.

Queste opere, che hanno visto la luce nel corso di un ventennio, consentono alla pubblicazione di inserirsi a pieno titolo nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il  volume, anche se per collezionisti, può rappresentare un’occasione importante per gli appassionati di arte e letteratura.

Gli artisti che hanno messo a disposizione il loro ingegno sono Domenico Purificato, che ha realizzato l’immagine della figura di copertina, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Carlo Cordua, Giovanni Battista De Andreis, Franco Fortunato, Alberto Gallerati, Giovanni Gromo, Marino Haupt,  Saverio Terruso, Zhou Zhiwei, Stefania Orrù e Elena Tommasi Ferroni.

Ricordiamo qui, innanzi tutto, quei pittori che hanno utilizzato la doppia chiave d’interpretazione letteraria e grafica, ponendo nell’opera la prosa di riferimento manzoniana, come De Andreis e Borghese. In particolare quest’ultimo, con quei caratteri e colori che rimandano al tratto d’eccellenza caricaturale, ha rappresentato alcune delle frasi celebri estratte da “I Promessi Sposi”: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” del Conte Zio al Padre Provinciale; “Cose serie, figliolo, cose contemplate” di Azzecca-garbugli a Renzo e “Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai” dei Bravi a Don Abbondio.

Poi, le pennellate nere, le lunghe figure da sembrare scheletri o fantasmi, che esprimono il dramma della peste, dipinte da Marino Haupt, in particolar modo nella tela dal titolo “I magistrati cercano gli untori”.

Ma se queste appena accennate sono le rappresentazioni pittoriche di alcuni punti di vista al maschile, il cinese Zhiwei e il napoletano Cordua si dedicano anche alla descrizione dei luoghi manzoniani, il primo con “L’arrivo di Renzo a Milano” dai colori caldi autunnali e con la sagoma del Duomo che si staglia sullo sfondo, ed il secondo con “Quel ramo del lago di Como” nel quale s’intravedono le tante tonalità di verde e di celeste dell’acqua e degli alberi lacustri.

Creano però, un effetto particolare, le une di fronte alle altre, le opere delle sole due donne che hanno partecipato all’evento culturale, cioè Elena Tommasi Ferroni e Antonella Orrù. In particolare le due tele dove a parere di chi scrive si esprime lo spirito della vicinanza, sia essa materna o dell’insegnamento, intitolate “Lo spedale d’innocenti” di Tommasi Ferroni e “Gertrude maestra delle educande” della Orrù.

Si mostra così una contrapposizione di colori intensi e tratti netti nella prima artista in antitesi con quelli sfumati nel grigio e in delicate curve d’ombra della seconda. L’elemento comune è però dato dal soggetto delle opere: la donna con il bimbo in braccio della Tommasi Ferroni e le donne sedute sulla stessa panca della Orrù, offrono il medesimo senso di vicinanza nelle vicissitudini.

Un’interessante manifestazione artistica, quindi, che potrebbe essere riempita ancor di più con qualche evento – letterario nel quale la descrizione delle opere pittoriche si possa coniugare con la lettura dei testi manzoniani. Tutto ciò per aiutare a meglio comprendere il percorso artistico che porta a realizzare quegli istanti letterari.

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