di Lilia Lodolini, da New York

“Ma dove si comprano?”. “Macché comprare! È tutto gratis. Laggiù, lo vede quel banchetto?”. Sono alla Quinta Avenue di New York, alla Parata del Giorno di Colombo, lunedì, 10 ottobre. Ho trovato posto sulla  tribuna riservata ai “Vip”, in cima alla Quinta Avenue, e ho appena interpellato un giovanotto che si fa strada sui gradini, carico di buste di natura chiaramente mangereccia. Anzi, il giovanotto è così gentile che me ne passa una. Un panino con mortadella e pomodoro, una mela e una bottiglietta d’acqua: non c’è male.

Mi risiedo sulla mia sedia col cartello: ospiti di Giuliana Ridolfi. Giuliana ha sistemato vari giornalisti sulla tribuna, è socia e attivista della Columbus Citizens Foundation, la Fondazione che ha organizzato la manifestazione. Quest’anno la Fondazione, un’organizzazione  italo-americana nata nel 1944, ha preso decisamente in mano la parata del Giorno di Colombo che, da 67 anni, il secondo lunedì di ottobre, a New York, ricorda il 12 ottobre 1492, il giorno della scoperta dell’America. Ogni anno, a ottobre, le associazioni degli Italiani d’America sfilano sulla Quinta Avenue. Anche gli oriundi di altre nazioni hanno la loro parata. Ma la nostra è la più simpatica e la più festosa, e, poiché tutto è cominciato con Cristoforo Colombo, la più significativa. È  la parata dell’orgoglio italo-americano.

La tradizione è ormai consolidata. Il Giorno di Colombo è vacanza.  La Quinta Avenue è un mare di bandierine bianche rosse e verdi. I bambini, che oggi non vanno a scuola e stanno sui marciapiedi a guardare la sfilata, le agitano freneticamente. Quest’anno il governo italiano non ha mandato alla sfilata i Carabinieri che, un anno fa, con i pennacchi, le trombe lucenti, le allegre marce militari, erano stati il gruppo più applaudito. “Il governo italiano deve risparmiare”, è stato il commento dei Vip sulla tribuna. La Columbus Citizens Foundation, invece, non bada a spese. Quest’anno il Grand Marshall, il “Gran Maresciallo”, cioè la persona a cui, secondo la tradizione, la parata rende onore, è stato Joseh J. Plumeri, italo-americano di origine siciliana, miliardario della tanto tormentata Borsa di Wall Street, che oggi da qui  appare lontana anni luce. Miliardario sì, ma venuto su dal nulla, secondo la prassi del famoso sogno americano, e miliardario generoso. “Preservare il nostro retaggio culturale e creare opportunità” è il motto della Fondazione ma è anche il  motto di Palmeri. Forse si devono a lui e al suo blocchetto degli  assegni le iniziative di quest’anno: un bel libretto in carta patinata offerto gratis che descrive, una per una, le 125 associazioni partecipanti alla parata; i panini,  anch’essi gratis; e il pregevole concerto di musiche operistiche che ha preceduto, domenica, la parata del lunedì.

Una dozzina di bambine e altrettanti maschietti sul palcoscenico. L’Inno di Mameli le bambine e l’Inno Americano i  maschietti: le loro voci bianche  aprono il concerto. Siamo al Columbus Circle, a Manhattan, in un grattacielo fantasmagorico che comprende un magnifico auditorium: il Rose Theatre che ospita il concerto. I ragazzi sul palcoscenico sono allievi della Scuola d’Italia “Guglielmo Marconi”, una scuola dalle elementari al liceo dove si studia in italiano e in inglese. Ma i due cori sono solo una premessa. L’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari è già sul posto e il Maestro Alberto Veronesi è sul podio. Bellini, Donizzetti, Verdi, Puccini, Rossini: arie melodiche e pezzi per sola orchestra si snodano. Il tenore Massimiliano Pisapia con Nessun dorma,  il cavallo di battaglia di Pavarotti, non ci fa rimpiangere il grandissimo della lirica.

Ma la parata del lunedì ci riporta all’altra versione della nostra cultura: le tarantelle a ritmo di marcia, i carri con gli addobbi, i costumi folkloristici, le bande dagli ottoni lucenti. I rappresentanti dei paesi e delle città italiane, così numerosi l’anno scorso, sono in calo. Le associazioni italo-americane fanno la parte del leone. Ma alcuni comuni italiani hanno tenuto duro. Per esempio, Torella dei Lombardi, una cittadina dell’Avellinese, che è in testa fra i 125 gruppi partecipanti, ha fatto sfilare i suoi ex-combattenti. Quest’anno non è un anno di elezioni. I politici non hanno bisogno di farsi vedere e così sono in pochi a marciare. Ma ecco Andrew Cuomo, il Governatore dello Stato di New York, che è ben saldo al suo posto, ma sfila lo stesso perché un po’ di propaganda fa sempre bene. Ecco il Senatore Charles Schumer, anche lui desideroso di mantenersi presente presso gli elettori. C’è il Sindaco di New York, Michael Bloomberg, l’unico a cui servano i voti perché vuole il terzo mandato.

Da mezzogiorno alle tre e mezza, dalla quarantasettesima alla sessantanovesima strada: ventidue isolati. La parata è lunga. Ma non è la sola. Altre città e paesi americani, altri quartieri di New York, oltre a Manhattan, hanno la loro parata colombiana. A Howard Beach, un distretto di Brooklyn, sono italiani e marciano tutti: giovani e vecchi. Marcia il Vescovo di Brooklyn, monsignor Nicholas Di Marzio. Marciano le maestre e i ragazzi delle scuole, che si chiamano “Accademia Cattolica Ave Maria”, “Sant’Elena”, “Cristo Re”. Religione e italianità sfilano insieme. Il sogno americano si mescola al mai sopito sogno italiano. “Ah, l’Italia!”: non c’è Americano che  non sospiri alla parola “Italia”. Nell’immaginazione comune, la Parata di Colombo celebra il Paese della gioia e della bellezza.

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