di Maria Gabriella Filippi

Le antiche scoperte scientifiche e i rimedi erboristici dei monaci, a confronto con le attuali ricerche e le immediate soluzioni della medicina moderna, potrebbero apparire, ad occhi profani, ormai retrogradi e decisamente superati. Eppure occorre sempre recuperare quella sana umiltà che nasce dalla consapevolezza di essere “come nani sulle spalle dei giganti”, dice all’Ottimista Umberto Nardi, professore di botanica farmaceutica e fitocosmesi presso l’Università Cattolica di Roma, ricordando la celebre similitudine di Bernardo di Chartres.

Biologo, erborista, e ricercatore, Umberto Nardi è anche l’ideatore di Monastica, una mostra già realizzata qualche anno fa nelle Marche e dedicata all’antico mondo dei monasteri: un tuffo nel passato proposto da pannelli sistemati in ordine cronologico, che descrivevano la storia, la tradizione, il lavoro e la religiosità dei principali ordini, ma non solo; manoscritti di medicina ed erbari originali, rimedi farmaceutici naturali, profumi, saponette e cosmetici, legati a ciascun complesso abbaziale, erano esposti lungo tutto il percorso.

Durante il Basso Medioevo i centri monastici erano gli unici propulsori della cultura e gli amanuensi erano i traghettatori della scienza; grazie alla loro attività, tuttavia, alcune informazioni sono state tramandate in modo distorto, purgate dalle concezioni religiose dell’epoca rispetto alle potenzialità della scienza, spesso associata alla magia e all’alchimia: “Se si riesce ad immaginare che gli occhiali, se non fossero stati considerati oggetti occulti, avrebbero potuto diffondersi già a partire dal XIII secolo, si capisce con quanto sospetto erano osservate, a volte, le invenzioni e le innovazioni di cui i monaci, come i moderni scienziati, erano primi portatori”, spiega il professor Nardi.

Da sempre apprezzati come copisti, miniatori e confezionatori di autentiche opere d’arte dal punto di vista codicologico, i monaci sono espressione di un mondo molto avanzato anche dal punto di vista scientifico, oltre che conservatori della classicità ed anticipatori di umanesimo. “Essi hanno ridato nuova vita alla scienza medica e  farmacologica dei cui segreti erano unici depositari, poiché coltivavano gli orti, curavano i boschi ed obbedivano alla regola benedettina dell’ora et labora, che ne esaltava la ricerca scientifica e il lavoro scandito armoniosamente dalla preghiera quotidiana; le comunità dovevano inoltre essere autosufficienti non solo dal punto di vista delle risorse, ma anche dal punto di vista medico-assistenziale, per cui non esistevano monasteri dove non vi fosse un padre erborista e uno speziale che fosse in grado di curare i confratelli ed il resto del villaggio”, prosegue Umberto Nardi mettendo in risalto alcuni aspetti poco studiati e appartenenti ad un periodo, quello medievale, ancora oggi spesso definito oscuro, osservato con poco realismo e tanto sospetto.

Il rinnovato interesse verso il mondo monastico, in tutte le sue sfaccettature, fa attendere con speranza il buon esito del progetto di replicare la mostra marchigiana, che riporti a galla, ancora una volta, i segreti, le invenzioni  e le scoperte mediche di questo passato denso di sorprese e assai poco conosciuto.

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