di Chiara d’Auria

Il completamento dell’unità del Regno d’Italia è un fenomeno storico che, nel corso del decennio 1861-1870, riesce a riunire in un unico sistema politico una penisola, quella italiana, che per secoli era rimasta frammentata in entità statali autonome e spesso sottoposte all’influenza straniera. Si tratta di un processo di portata rivoluzionaria, considerato tale sia in Italia che all’estero dai protagonisti storici, dall’opinione pubblica e dalla cultura politica dell’epoca.

L’azione instancabile di uomini e patrioti, le congiunture internazionali sapientemente sfruttate a favore della causa dell’unità, ma soprattutto la diffusione e il consolidamento della cultura e della politica dell’idea nazionale italiana (iniziata dalla fine del Settecento) rappresentano le principali cause di un risultato storico di grande rilievo nella carta geopolitica e diplomatica dell’Europa ottocentesca e, più in generale, della storia europea contemporanea.

Il 17 marzo 1861 l’Italia appena unificata era un paese che presentava caratteri contrastanti e aspetti particolari. Popolata da circa 22 milioni di persone (di cui solo un quinto aveva accesso ad un livello di istruzione elementare, con un tasso di analfabetismo che sfiorava l’80% nell’ex Stato pontificio e il 90% nell’ex Regno borbonico), era anche una delle nazioni di più alto livello di antropizzazione in Europa, vantando un elevato numero di centri urbani abitati. La maggior parte della popolazione viveva, tuttavia, nelle campagne e in piccoli centri rurali, ove si dedicava prevalentemente alle attività agricole. L’industria e l’artigianato, ed in misura ancor minore il terziario, erano settori scarsamente indirizzati all’impiego di forza lavoro.

Contravvenendo a una diffusa opinione, la conformazione geografica della penisola italiana e le caratteristiche del suo territorio non favorivano l’agricoltura: buona parte del suolo era montagnoso (circa due terzi) e circa il 20% era costituito da terre incolte o paludose. Se le principali aziende agricole, le più moderne ed efficienti, erano sviluppate e consolidate nell’area veneta e piemontese, nella Pianura Padana e nelle zone delle colline lombarde, in tutta l’Italia centrale restava ancora incontrastato il predominio della mezzadria. Nell’ex Regno borbonico sopravviveva l’antico latifondo, ad eccezione di alcune limitate aree fertili della Campania, della Puglia e della Sicilia, dedite alla specializzazione delle culture agricole.

Le condizioni di vita nelle campagne, costituite essenzialmente dall’autoconsumo e dal baratto (che nel Mezzogiorno giungeva a livelli elevatissimi) rappresentava la principale realtà nelle vita quotidiana degli italiani all’indomani dell’Unità. Si trattava, tuttavia, di uno scenario poco noto alla classe dirigente di quegli anni che, morto Camillo Benso Conte di Cavour il 6 giugno del 1861 a Torino, tentò di proseguirne le principali linee politiche e gli obiettivi. Sebbene si trovò a fronteggiare ampie condizioni di disagio sociale ed arretratezza economica ma soprattutto di scarsa informazione e conoscenza diretta degli equilibri e degli squilibri del neonato Regno italiano, la cosiddetta Destra storica ottenne il grande risultato di proseguire l’idea cavouriana di politica e di Stato: nel laicismo nei rapporti tra Stato e Chiesa; nel rispetto delle libertà costituzionali; nell’attuazione del liberismo; nella realizzazione del principio di accentramento amministrativo. I primi quindici anni dell’Unità d’Italia, dunque, furono caratterizzati da un’intensa opera di costruzione e sviluppo che, pur mancando della forza-leader di Cavour, “fece l’Italia e gli italiani”.

Ma è opportuno ricordare, come sostenuto dalle principali correnti storiografiche e teorie storiche, che la Destra storica era anzitutto espressione di una legalità estremamente distante dal “paese reale” poiché la legge elettorale vigente (che dall’ex Regno di Sardegna era stata estesa a tutto il Regno d’Italia) concedeva un suffragio ristretto. Era consentito votare solo a coloro che avessero compiuto venticinque anni d’età, fossero in grado di leggere e scrivere e pagassero almeno 40 lire di imposte l’anno: circa il 2% della popolazione. Inoltre il sistema di collegio uninominale, associato all’assenza dei partiti politici moderni nella loro organizzazione e struttura (a differenza di quanto stava verificandosi nella maggior parte dei paesi europei d’oltralpe), definiva un forte carattere personalistico nel sistema politico postunitario. Oltre alla sua distanza dall’“Italia reale” (secondo, tuttavia, un aspetto abbastanza comune e ricorrente nella storia dei sistemi politici europei dell’Ottocento in relazione ai rapporti tra èlite dirigenti e società) la Destra storica ne era anche strutturalmente “allontanata”.

La Destra storica era composta essenzialmente da un nucleo di personalità piemontesi (Sella, La Marmora) a cui si erano avvicinati progressivamente gli emiliani (Farini e Minghetti), i lombardi moderati come Jacini, i toscani come il conte Bettino Ricasoli. Vi si annoveravano alcuni meridionalisti di grande statura morale ed intellettuale, che costituivano, tuttavia, un gruppo numericamente inferiore al precedente: si ricordano il napoletano Antonio Scialoja e l’abruzzese Silvio Spaventa.

La classe dirigente dell’Italia unita si presentava, dunque, un gruppo politico che, più che di destra, costituiva una forza di centro: un centro moderato, dal quale erano escluse le reali componenti della “destra”, come i clericali e nostalgici dell’ancien regime.

L’azione della Destra storica si orientò immediatamente verso la decisa volontà di migliorare il paese e di “costruirlo” nell’onestà e nel rigore, conducendo in quindici anni i suoi uomini verso risultati sorprendenti, non solo sul piano storico-politico ma anche su quello dell’esempio morale ed intellettuale nella storia della classe politica del nostro Paese. (Continua: leggi la seconda parte)

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