di Antonio D’Angiò

Anche nell’ultima settimana di agosto, come da segnalazione dell’inserto TuttoLIBRI de La Stampa dello scorso 3 settembre, il romanzo di Francesco Fioretti Il libro segreto di Dante (Newton Compton) rimane tra i primi dieci testi più acquistati in libreria (tra le 2000 e le 3000 copie). Un eccellente terzo posto se si guarda solo alla narrativa italiana, preceduto esclusivamente dal vincitore del Premio Strega, Edoardo Nesi, con la sua storia toscana, e le avventure siciliane del commissario Montalbano.

Questo primo romanzo di Fioretti prende lo spunto dalla morte di Dante Alighieri, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 e fa indagare i tre personaggi principali sulla dipartita del poeta (la figlia suor Beatrice, un ex templare e un suo presunto figlio segreto), per capire se la dipartita sia stata causata dalla malaria oppure sia stata voluta per tenere nascosto un segreto la cui chiave è celata dietro alcune terzine della Commedia.

I perché di un successo che dura da molte settimane, stabilmente in classifica da fine maggio tra i primi dieci libri di narrativa italiana, possono essere molti. La passione per il thriller storico, che negli ultimi anni ha contagiato i lettori oltre la cerchia dei “giallisti”, può essere uno dei motivi. C’entra probabilmente il prezzo di copertina (9,9 euro), ben inferiore al costo medio dei nuovi romanzi che si trovano nelle librerie; forse anche perché l’autore, redattore di antologie scolastiche, sa ben congegnare una storia che permette di miscelare elementi di evasione con l’approccio a una cultura giocoforza più elitaria.

Ma riteniamo che uno dei motivi che hanno interessato i lettori e favorito il passaparola sia stato la capacità dell’autore di parlare certo del XIV secolo ma, soprattutto, di far esprimere i personaggi facendo riferimento a tante questioni aperte sull’attualità, cosicché ci si è trovati di fronte ad un doppio livello narrativo: il primo, quello storico, dei fatti o presunti tali dell’epoca di Dante. Il secondo, quello delle interpretazioni di questi fatti che trovano però analoga lettura nella quotidianità. Questo poi, non legato solo alle vicende pubbliche, cioè economiche, sociali o politiche, ma anche riferiti a tanti spunti sulla vita personale in cui tanti lettori si possono essere rispecchiati. Ne riportiamo solo alcuni, saltando tra pubblico e privato, consci che molti altri possono essere presi a riferimento, senza voler per questo veicolare un particolare messaggio dell’autore.

Sull’adolescenza (a pag. 95): “Io avevo letto a quindici anni la sua prima opera famosa, la Vita nova, e ne avevo tratto grande aiuto. A quell’età si vive un momento strano, fino al giorno prima sei un bambino che gioca coi cavalli di legno, ma il giorno dopo un demone si è impadronito del tuo corpo, lo senti che ti sale come un brivido di fuoco nella carne, e non sai ancora cosa voglia da te. Gli adulti non ti dicono nulla. Nemmeno loro, forse, hanno mai capito bene cosa succede a quindici anni”.

Sulla vita (a pag. 210): “Tutte le vite hanno senso (…) ma non è detto che noi lo conosciamo: devi capire che anche quel piccolo frammento che tu rappresenti è in rapporto col Tutto. Tu non te ne accorgi, ed è questo l’errore; t’illudi che questa vita si svolga in funzione del tuo “io”, mentre piuttosto è il tuo “io” che è stato generato in funzione della vita del Tutto”.

Sugli ideali (a pag. 33): “(…) capì di avere di fronte uno di quei giovani che sono stati idealisti a lungo, e adesso sembra che siano vocini a un bivio. Come se la loro prossima esperienza debba essere quella decisiva, da cui si saprà se imboccheranno irreversibilmente la bieca china dell’indifferenza emotiva, o saranno in grado di preservare nella selva del mondo quel filo di fedeltà a se stessi che li salverà”.

Sul rapporto tra stati centrali e organismi sovranazionali (a pag 80): “La deriva delle nazioni non promette nulla di buono, solo inesauribili conflitti, se non è subordinata a un’istituzione centrale che assicuri l’universalità del diritto”.

Sul potere della scrittura (a pag. 87): “Il problema delle parole scritte è che restano: quelle di tuo padre [Dante] potrebbero sopravvivere per migliaia di anni, tramandare alla posterità nefandezze di cui qualcuno vorrebbe cancellare ogni traccia…

Sulla giustizia terrena e divina (pag. 67): “Il potere terreno non è che un raggio riflesso dell’eterna giustizia, come la bellezza terrena di Beatrice non è che un riflesso di quella assoluta. Il potere terreno è legittimo solo finché incarna la Legge, la giustizia, che è un principio universale cui mio padre [Dante] attribuiva origine divina”.

Sulle crisi economiche (pag. 168): “Invece da qualche tempo si sente parlare di pure speculazioni sul cambio, di investimenti sulla moneta, di debiti che crescono a dismisura, di denaro generato dal denaro, mentre il popolo ha più debiti che soldi, e non può più comprare. E colui che produce, per chi produce, se nessuno compra più?

Sulle disuguaglianze economiche (a pag156): “Papa Bonifacio chiamava i fiorentini il quinto elemento, dopo i quattro di Empedocle, il quinto elemento costitutivo di tutte le cose della natura: l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco e il fiorino d’oro, ecco di cosa è fatto il mondo. E due cose non mancano mai nella nostra riverita città: il denaro che si fabbrica nella zecca, e i clienti alla mensa dei poveri….”.

Ed infine, le riflessioni del banchiere, a conclusione di queste righe, rintracciabili a pag. 247: “Ma poi contiene [La Divina Commedia] anche l’idea più subdola, che quella giustizia [divina] operi pure su questa terra, lentamente, inavvertita, che la storia stessa degli uomini… alla lunga premierà i meritevoli che oggi sembrano sconfitti, che ci sarà un riscatto in questa vita, anche se i giusti perdenti di oggi probabilmente non lo vedranno mai… Che l’odio muore con chi odia, l’amore continua la sua opera paziente… Io muoio, la mia proprietà si disperde, la Commedia resta”.

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