di Luca Marcolivio

Fare conoscenza con padre Aldo Trento non è un’esperienza di tutti i giorni. Il suo è il tipico volto dei contadini del Nord, pallido e al tempo stesso rubicondo, figlio delle aspre Alpi bellunesi, dove è nato 64 anni fa. Come tanti uomini della sua terra, padre Aldo è uno il cui parlare è “sì sì no no”. L’Ottimista lo ha incontrato all’ultimo Meeting di Rimini dove, assieme alla presidente della manifestazione, Emilia Guarnieri, e allo psichiatra Eugenio Borgna, ha presentato Ciò che abbiamo di più caro, libro postumo di don Luigi Giussani. Qualsiasi risposta, qualsiasi sua affermazione è mille volte più significativa delle domande che gli poni e ti porta sempre ben oltre i confini della tua stessa curiosità.

Conversando con lui si ha come l’impressione di vedere passar in rassegna gli ultimi cinquant’anni della Chiesa italiana, dal tumultuoso post-Concilio alle gioie e i dolori della vita pastorale di oggi, tra secolarizzazione e Nuova Evangelizzazione. La vocazione di Aldo Trento è stata precocissima. “A sette anni vidi il film dedicato alla vita di padre Damiano, l’apostolo dei lebbrosi e dissi a mia madre: ‘mamma, voglio diventare come lui!’. Ovviamente ero ancora troppo giovane e dovetti aspettare quattro anni. Il 18 luglio 1958 entrai in seminario dai canossiani ma come studente non brillai mai troppo. Anzi, diciamo la verità: ero un vero somaro e i miei docenti non stimavano troppo le mie capacità…”.

Nel 1971, all’età di 24 anni, Aldo Trento è ordinato sacerdote ma, lungo la strada della sua vocazione, iniziano ad abbondare subito ostacoli, tentazioni e compromessi. “Ero affascinato dalla lotta operaia e questo iniziò a creare qualche grattacapo ai miei superiori – racconta con i suoi occhi chiari un po’ persi nel vuoto, come intenti ad indagare nei ricordi del passato -. In quegli anni cercavo la giustizia e la bellezza più che Cristo, guardavo ai miti di quegli anni e vivevo una sorta di schizofrenia nella mia vita”.

Gli anni successivi saranno sempre più intensi per padre Aldo che, dopo l’ubriacatura ideologica, conoscerà una grossa crisi d’identità sconfinata in lunghi anni di sconforto e depressione. Ma è proprio nel momento più difficile della sua vita che avviene un incontro fondamentale nella sua vita: quello con i giovani di Comunione e Liberazione e con don Luigi Giussani che, con molta pazienza, lo riporterà lungo i binari della sua vera vocazione sacerdotale. È una svolta a trecentosessanta gradi per padre Aldo che si accompagna ad una scoperta esistenziale incontrovertibile: “Il mondo cambia solo se cambia il tuo cuore”. È come un “colpo di grazia”: padre Aldo rimane colpito dalla “amicizia gratuita” ricevuta, contrapposta alla “ideologia dove tu vali non per quello che sei ma solo in funzione di un’idea. Mi sentivo amato…”. Le vicissitudini di padre Aldo non si fermano e per qualche tempo il sacerdote si innamora – corrisposto – di una donna. “Allora chiesi consiglio a don Giussani che, incredibilmente, mi rispose: ‘è la grazia più grande che ti poteva capitare, finalmente diventi uomo, questa donna ha risvegliato in te qualcosa di molto concreto, un desiderio di infinito’. Mi sentii amato e non giudicato”.

Segue tra i due sacerdoti un abbraccio che padre Aldo ricorderà per tutta la vita. È il 25 marzo 1989, giorno in cui don Giussani propone a padre Aldo una nuova missione che quest’ultimo accetterà “per non perdere la donna che amavo”, ovvero, in un certo senso, per riversare quell’amore per una persona concreta su nuova gente bisognosa d’amore. Padre Aldo si reca così in Paraguay, a contatto con gli ultimi della terra: malati, delinquenti, prostitute. Tutte creature nel cui volto padre Aldo ha imparato a vedere il Cristo sofferente, un Cristo reale che abita il nostro quotidiano nella dimensione della Croce. Una missione che il sacerdote veneto porta avanti ancora oggi: “In quell’ospedale – prosegue padre Aldo – ci sono quelli che il mondo puritano condanna e che considero i miei figli: non posso non dare a loro quello che è la mia vita. In ogni malato che accolgo rivivo quell’abbraccio di don Giussani del 1989”.

La più grande provocazione che Cristo ci lancia è quella di “prendere sul serio il nostro cuore, altrimenti ci pensa la realtà a fare i conti col nostro cuore. Se Dio ci ha creato per amare, non è disposto a perderci per delle baggianate; il paradiso voglio vederlo già qui, nell’umanità e nella bellezza”. E anche la depressione, di cui padre Aldo ha sofferto, è un dolore che “non si comprende se non guardando la Croce”.

Tanto più che Cristo, anche sul piano umano, “è la nostra più grande certezza. In Lui abita la centralità e la concretezza della vita. La cosa più concreta si chiama Provvidenza. Le idee falliscono sempre ma ‘la realtà è il corpo di Cristo’, come dice San Paolo. Se non incontro Cristo, la mia vita è assurda”.

Nella Chiesa di oggi padre Aldo vede ombre ma soprattutto tante luci. Le luci più radiose sono rappresentate soprattutto “dagli ultimi due papi. La Chiesa fa acqua da molte parti ma non in chi la guida”. Un punto debole è la retorica sui valori “di cui abbiamo piene le scatole… Del resto Sant’Agostino rimproverava ai Pelagiani di guardare solo all’esempio di Cristo, non alla sua Persona”.

Ma c’è un bene prezioso, un gioiello che fa grande la Chiesa di ogni tempo: “Dobbiamo accorgerci che siamo circondati da santi – osserva padre Aldo – anche se ci ostiniamo a seguire e a mettere in mostra soltanto i cialtroni. Santa è, ad esempio, una mia ex allieva malata di SLA che ha perso sei figli. Santi sono tanti preti e missionari, le madri di famiglia che soffrono, la vecchietta che prega il rosario nell’ospizio per i sacerdoti. Ogni volta che ci affacciamo alla finestra, c’è qualche santo sconosciuto che sta attraversando la strada. A volte nemmeno i sacerdoti e i vescovi li sanno riconoscere, assorti come sono nei loro programmi pastorali… Se però parli di Cristo la gente si ferma sempre. Se non Lo annunciassi sarei peggio di Hitler, perché, per la mia omissione, tanti uomini morirebbero disperati”.

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