di Pico Angelico

Nel cuore della più grande crisi economica degli ultimi settant’anni è legittimo andare indietro nei secoli ed indagare in particolare nel Medioevo. È in quell’epoca, infatti, che l’economia di mercato, nel senso moderno del termine, vive i suoi albori. Ed è proprio nei secoli compresi tra il XII e il XV che nascono figure come quella del mercante, del banchiere, dell’imprenditore e dell’operatore no-profit. Lungi dall’essere l’epoca dei “secoli bui”, il Medioevo è caratterizzato dai suoi momenti di splendore e dalle sue difficoltà, alle quali l’ingegno umano ha sempre saputo dare risposta.

Il tema è stato affrontato lo scorso 23 agosto, durante l’ultimo Meeting di Rimini, nel corso del convegno Il Medioevo e la nascita del mercato. È proprio in quest’epoca che iniziano a coniugarsi l’idea dell’investimento capitalistico con quella della solidarietà, come ha rilevato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione Sussidiarietà e moderatore dell’incontro cui hanno preso parte gli storici Paolo Nanni e Gabriella Piccinni, docenti rispettivamente alle Università di Firenze e Siena. La scelta della Toscana non è casuale, trattandosi non soltanto della regione più prospera d’Europa in quei secoli, ma anche della terra natale di un personaggio come il pratese Francesco di Marco Datini (1335-1310), figura chiave nella comprensione della storia economica ed imprenditoriale italiana, nonché oggetto dello studio pubblicato nel volume del prof. Nanni, dal titolo Ragionare tra mercanti – Linguaggio e concezioni nelle relazioni di Francesco di Marco Datini.

Come rammentato da Nanni, il commercio non è affatto un’invenzione medievale, dal momento in cui già nel mondo romano erano attivi i mercatores, la cui considerazione sociale era però ancora molto bassa. Dal XIII secolo, tuttavia, specie dopo l’affermazione delle Repubbliche Marinare, il mercato assume dimensioni strutturali e dinamiche paragonabili a quelle odierne. Nascono così le unità monetarie, le valute, i tassi di cambio, la ragioneria, la contabilità ed il diritto commerciale. In quegli anni, tuttavia, hanno origine soprattutto i primi istituti di credito che cambieranno in modo irreversibile la storia europea e le relazioni internazionali. “Le compagnie dei Bardi e dei Peruzzi – ha sottolineato il prof. Nanni – vantavano crediti con il re d’Inghilterra per un milione e 365mila fiorini, una cifra gigantesca se commisurata alle entrate del comune di Firenze: 300mila fiorini”.

Quanto al personaggio raccontato nel proprio saggio, Nanni ha sottolineato che il Datini, come emerge dal fittissimo epistolario a lui attribuito, era un uomo dallo spiccato senso degli affari ma, al tempo stesso rigoroso nel rispetto della parola data, nella lealtà e nell’amicizia con i soci. Addirittura il mercante pratese discettava già di attività commerciali come cosa distinta da quelle finanziarie, laddove le prime “sostengono il mondo” e le seconde “lo disfano”.

La responsabilità sociale d’impresa è quindi un concetto già vivo e presente in quegli anni: dai carteggi del Datini si evince la prassi delle elemosine e della redistribuzione sociale degli utili ai più bisognosi. “Datini – ha affermato lo storico – non andò mai in pensione ma programmò la sua uscita dagli affari, dopo aver insegnato ai soci l’arte. Non avendo parenti, fece un testamento con cui lasciava tutto al ‘Ceppo pe’ poveri di Cristo’, una fondazione non affidata al vescovo, di cui non si fidava, ma al comune”. Nacque così il primo ospedale di Prato. Inoltre, essendo stato orfano, il Datini volle istituire un’opera per accogliere i “gettatelli” che sorse presso l’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova.

Le opere caritative, nei secoli medievali, furono probabilmente il più importante ammortizzatore sociale e permisero il superamento delle più gravi crisi di quell’epoca. Come ha spiegato la professoressa Piccinni, a quel tempo gli ospedali non si occupavano solo di ammalati ma erano un’opera globale di sostegno materiale e morale ai poveri: malati, orfani, vedove, pellegrini, anziani soli, trovatelli. L’ospedale accompagnava tutti secondo le loro necessità, ricavando le risorse dai lasciti dei ricchi, attuando così la redistribuzione sociale della ricchezza. Una sorta di Welfare ante litteram. “L’ospedale – ha aggiunto la studiosa – diventa un’impresa che si preoccupa di avere le risorse necessarie e non disdegna neppure di trasformarsi, in certi casi, in una banca che fa prestiti e gestisce il denaro depositato”.

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