di Pico Angelico

Pochi momenti della storia dell’arte hanno conosciuto tanti cambiamenti quanto i secoli XIII e XIV. In questa fase del Medioevo, geni come Giotto, Cimabue, Pietro Cavallini compiono una vera rivoluzione copernicana che ha ad oggetto il vero nella raffigurazione pittorica e scultorea. Nasce così una nuova tradizione, rispondente al desiderio di rappresentare gli uomini e il mondo, così come si rendono visibili agli occhi di ognuno nella loro individualità. La mano del pittore, in altre parole, compie un balzo in avanti nella sua capacità di riprodurre la realtà in maniera sempre più verosimile, tanto nella rappresentazione dei temi sacri, che nei temi profani. Autentico e forse inconsapevole mentore di questa rivoluzione è Dante Alighieri, essendo stato il divin poeta testimone e, a sua volta, eccezionale protagonista di quest’arte della realtà nei versi della Commedia. Nasce così Non sembiava imagine che tace, percorso critico su capolavori del 1200-1300, esposto all’ultimo Meeting di Rimini il cui catalogo omonimo è stato pubblicato per i tipi della Società Editrice Fiorentina.

La mostra è stata realizzata per iniziativa di un gruppo di giovani laureati dell’Università di Bologna, coordinati da Marco Bona Castellotti, e trae spunto da un verso dantesco (Purg. X, 39): siamo nel Purgatorio e Dante è rimasto attonito di fronte ad una serie di bassorilievi plasmati da mano divina, quindi tanto perfetti da apparire figure umane e viventi. Nella mostra del Meeting lo spunto per il parallelo è offerto da veri bassorilievi, quelli di Arnolfo di Cambio e Giovanni Pisano, entrambi raffiguranti l’Annunciazione, uno degli esempi di umiltà rappresentati dai bassorilievi del Purgatorio dantesco: entrambe le opere risalgono all’ultimo decennio del XIII secolo e colpiscono per la spiccata dinamicità della figura dell’Angelo, un’immagine dall’espressività più umana che divina, che parla ad una Vergine Maria incredula, anch’essa profondamente umana.

Con Cimabue inizia ad emergere il Christus Patiens, contrapposto al Christus Triumphans, privilegiato dalle chiese orientali. Sulla scia di Francesco d’Assisi, il santo medioevale che più di ogni altro si era immedesimato nella Passione di Cristo, il crocifisso viene rappresentato morto, agonizzante o comunque sempre sofferente. Con Giotto da Bondone, allievo di Cimabue e stella di prima grandezza di quest’epoca pittorica, il realismo della pittura assume i connotati della tridimensionalità grazie a un sapiente uso del chiaroscuro e della luce naturale. Le figure umane divengono espressive e personalmente caratterizzate, così come gli sfondi sono perfettamente riconoscibili come spazi reali della quotidianità.

L’altra faccia del realismo medioevale sono le rappresentazioni del male e della violenza della disperazione di cui l’Inferno dantesco è il fulcro dell’ispirazione. Colpisce in tal senso, ancora Giotto, la cui rappresentazione del Giudizio finale nella Cappella degli Scrovegni a Padova, appare come un vero spazio unitario, un avvenimento più che mai reale, e per questo impressionante, in contrapposizione ai Giudizi dei decenni immediatamente precedenti – tra cui spicca l’opera di Coppo di Marcovaldo – più vicini al manifesto teologico e all’allegoria.

In ultima analisi il realismo dell’arte dei secoli XIII-XIV non è fine a se stesso ma, in un itinerario costellato di luce, vuole condurre al cuore di Dio. L’attenzione alla realtà fisica dell’arte duecentesca è per visibilia ad invisibilia; risponde, cioè al desiderio di comprendere il segno nella sua concretezza e di scoprire la verità delle cose, guardandole con i propri occhi. Un segno trascendente che prende corpo è, ad esempio, l’angelo dell’Annuncio a Gioacchino di Giotto (Cappella degli Scrovegni) la cui figura sembra tuffarsi dall’interno di una nuvola: è il sublime confine tra il visibile e l’invisibile, tra le realtà terrene e quelle celesti. O ancora, nel già citato Giudizio giottiano, l’Angelo dell’Apocalisse intento ad arrotolare il cielo blu dello spazio e del tempo, all’interno di un drappo rosso, colore simboleggiante l’amore di Dio che avviluppa e racchiude l’intera storia umana.

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