di Valentina Cipolletta

Eugenio Fizzotti, professore di Psicologia della Religione e di Deontologia Professionale all’Università Salesiana di Roma, ci offre, con il suo saggio La porta della felicità (D’Ettoris, 2011), un eccellente viaggio nell’analisi esistenziale di Viktor E. Frankl, inquadrandolo nel panorama psicologico contemporaneo.

Volendolo collocare, infatti, tra gli approcci interpretativi alla persona umana che si sono affermati nell’ultimo decennio, il pensiero frankliano può essere posto nell’ambito della psicologia umanistico-esistenziale. Quest’ultima, superando la visione dell’uomo dominato dalle circostanze esterne, ne dichiara la centralità come essere attivo, e ne esalta la forza creativa per il perseguimento di una realizzazione che non si colloca più all’interno, bensì al di fuori di sé. Traslato nel pensiero di Frankl, questo concetto prende il nome di autotrascendenza: essere al mondo vuol dire “essere rivolto verso qualcosa di diverso da se stessi, essere profondamente impegnato e coinvolto in una situazione ed essere confrontato con un mondo la cui oggettività e realtà mai viene in alcun modo sminuita dalla soggettività di quell’essere che è nel mondo”.

Vivere significa avere uno scopo e, parafrasando una celebre frase di John F. Kennedy, occorrerebbe domandarsi quotidianamente cosa si può fare per il mondo, non cosa il mondo può fare per noi. Tre sono i valori di riferimento per l’uomo che desidera ispirarsi a questa filosofia di vita: il lavoro, l’amore e la sofferenza. Quest’ultima in particolare assume un valore speciale: è nella sofferenza che l’uomo può ergersi al di sopra di tutto ed entrare in contatto solo ed unicamente con se stesso, accaparrandosi il diritto di vivere il proprio dolore. La sofferenza rappresenta “l’occasione per conferire pienezza al significato più profondo della vita”, e allora il compito dello psicoterapeuta è quello di essere in grado di rendere l’uomo capace di soffrire. Ma come risponde Frankl alla domanda per eccellenza, quella che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita, e alla quale i più grandi pensatori della storia hanno cercato di dare risposta, ovvero: cos’è la felicità? La felicità non deve costituire l’intenzione dell’agire umano, essa è solo la conseguenza di una vita vissuta coralmente, insieme e per gli altri, nel segno di quell’autotrascendenza che, come accennato prima, è un tratto importante del pensiero frankliano. Interessante, a tal proposito, la metafora del boomerang, che ritorna al cacciatore quando ha sbagliato obiettivo, non colpendo la preda; allo stesso modo l’uomo si rinchiude in se stesso quando perde di vista, o smarrisce un obiettivo al di fuori di sé che valga la pena perseguire. Ecco allora che la porta della felicità deve aprirsi verso l’esterno, mai verso l’interno, è questo il messaggio di Frankl. Coloro che fanno della felicità il loro obiettivo non riusciranno mai a raggiungerla così come non prenderà mai sonno chi cerca nervosamente di addormentarsi.

Frankl si è trovato ad esporre questo suo pensiero in realtà molto difficili, che hanno messo a dura prova l’animo umano, compromettendone la stabilità emotiva e la dignità. È il caso del campo di concentramento di Dachau nel quale sia lui che la moglie sono stati rinchiusi durante la seconda guerra mondiale. L’autore ammette quanto potesse essere complicato farsi portavoce di siffatti messaggi di fratellanza, di speranza e di felicità in quelle situazioni, ma ciò non lo esimeva dal tentarlo, anche quando le forze erano pochissime e la fame divorava la poca lucidità rimasta. Ciò perché l’uomo è sempre degno di essere salvato e le porte della felicità non possono mai essere serrate per nessuno, in ogni luogo si trovi ed in ogni momento della sua vita. Quando anche il presente e il futuro si presentino oscuri, è il passato che ci regala la certezza di una felicità immutabile, per quanto già vissuta, perché scritta nelle pagine indelebili del tempo.

 

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