di Valentina Cipolletta

Esistono posti al mondo in cui l’odio cerca di prevalere violentemente sull’amore, in cui la difesa della vita, il rispetto dell’infanzia e la tutela dei più deboli soccombono quotidianamente sotto il peso delle guerre fratricide. Eppure in realtà come queste può nascere e proliferare, grazie alla forza del perdono, la speranza di un rinnovamento concreto e profondo. È quanto accaduto in Burundi grazie all’opera di una sola donna, ma con un cuore immenso, Marguerite Barankitse, o Maggy, come la chiamano i suoi bambini. La storia di Maggy è raccontata egregiamente da Christel Martin, fotografa e scrittrice francese, che ha avuto modo di conoscerla e di osservare da vicino ciò che ha realizzato, per poi riportarlo nel libro “Madre di diecimila figli”.

È il 24 ottobre 1993 nell’arcivescovado di Ruyigi quando, nel divampare della guerra civile che vede contrapporsi ferocemente Hutu e Tutsi, Maggy assiste al massacro di settantadue persone. Sono giorni di fuoco, ovunque per le strade viene seminato il terrore. Padri vedono i propri figli uccisi senza pietà da una violenza cieca, bambini assistono inermi alla morte dei loro genitori. Ma in mezzo a tutto questo orrore Maggy riesce ad individuare un segno, un messaggio di pace e di amore che le cambierà la vita: ben venticinque bambini si salvano miracolosamente dal massacro dell’arcivescovado e costituiranno il primo nucleo della Maison Shalom, una casa di accoglienza che oggi conta oltre diecimila bambini sottratti alle atrocità della guerra, alla malattia e alla miseria.

Tutti i piccoli salvati da Maggy vengono curati, accuditi ed istruiti, ricevono cibo, giochi e amore. Ma la Maison Shalom è anche un cinema, una biblioteca, un laboratorio informatico, un frutteto, un orto, un ospedale e un luogo di preghiera. Molta importanza viene data ai momenti di svago, di divertimento e di gioco, ovvero a tutto ciò di cui deve essere ricca l’infanzia di un bambino, soprattutto quando atroci esperienze hanno rischiato di rubare loro il sorriso. Una cosa viene insegnata, prima fra tutte, ai piccoli ospiti della Maison Shalom: IL  PERDONO. Maggy è convinta che colui che uccide è la prima vittima del proprio gesto, per questo non si può condannare un uomo ma solo il suo operato.

Compito di chi lo circonda, fossero anche le sue vittime, è far sì che egli possa riconciliarsi con la propria coscienza, offrendogli le occasioni giuste per guadagnarsi il perdono. Ecco perché la Maison Shalom apre le porte a chi ha ucciso, affinché i bambini, guardando negli occhi chi li ha resi orfani ma si presenta davanti a loro con occhi nuovi, possano perdonare e tornare a vivere in un mondo di vera pace. Un mondo in cui chiunque si incontri per la strada è un potenziale amico, non un assassino su cui far ricadere la propria vendetta. “Ogni vita è sacra, perfino quella di un criminale. Bisogna portarlo a scoprire la luce che è in lui e a farla splendere abbastanza da poter vedere la propria ombra”, questo il messaggio di cui si fa promotrice Maggy, pur nella coscienza di quanto possa essere complicato accoglierlo in un paese come il Burundi.

Le sue parole, il rivangare, raccontando, un passato pieno di dolore, non hanno quindi lo scopo di denunciare qualcuno, ma solo il male assoluto, che può albergare nell’uomo ma mai impadronirsene senza rimedio. Nonostante la comunità internazionale le abbia riconosciuto il merito di un operato esemplare (nel 2003 Premio Nobel per i bambini, nel 2005 Premio Nansen promosso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), l’unico vero riconoscimento Maggy lo riceve dal sorriso dei suoi bambini, nel vederli crescere e realizzarsi in pace con se stessi e con gli altri. Noi che leggiamo la sua storia nelle pagine di un libro, non possiamo che provare sentimenti di profonda ammirazione, stima e affetto, e ringraziarla per quanto è stata  in grado di insegnarci sull’amore e sulla carità.

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