di Flavia Anastasi

L’Italia compie 150 anni ed è il momento giusto perché emerga finalmente una “Italia del Noi” in cui responsabilità sia la parola chiave per aprire le porte al futuro. Il centocinquantesimo passo è la certezza di questa speranza: “Un’Italia bella e possibile. L’Italia del Noi”. È questo l’auspicio di Federico Eichberg e Angelo Mellone, nel loro libro Il domani appartiene al Noi. 150 passi per uscire dal presentismo (Rubettino, 2011).

Oggi il senso di appartenenza a quel sentimento che riunisce all’unisono gli animi di una nazione, che nutre l’antico legame dell’uomo con il suo territorio, con le sue tradizioni e con il proprio passato, si affievolisce e appare alla stregua di uno sbiadito ricordo dai contorni sfumati, nello scenario globalizzato della metropoli post-moderna.

Quale forma, allora, assume il disagio identitario italiano e dove fonda le sue radici sociali? Le “Grand Recitès”, di cui parla Lyotard, e le “metanarrazioni” sono dunque, dopo il 1989, giunte al capolinea: un treno in corsa che avrebbe dovuto, con il suo verbo rigorosamente al plurale, attraverso un “ordine nuovo”, sia a destra sia a sinistra, essere il propulsore di una spinta modernizzatrice e rivoluzionaria per l’intera collettività.

Da tale fallimento, l’utopia, da grande sogno collettivo, paradossalmente si rifugia nel privato: è il tramonto della storia che si racconta al plurale, il “noi” diventa “io”, l’individualismo, estetica del corpo e autoreferenzialità sono i protagonisti indiscussi del nostro presente.

La “felicità pubblica” è il sacrificio per le grandi passioni, idee, risorse ed energie al servizio del bene comune, sorpassa il mero interesse e l’egoismo e, nel dono, come parte di sé per il vincolo comunitario, fornisce una più nobile e ampia visione del mondo.

Il decennio italiano post-Sessantotto ha visto un’effervescenza sociale e rivoluzionaria che si è radicalizzata nel marxismo, il quale ha posto come modelli di valori la disaffezione per la nazione e per l’autorità. Con l’avvento del Settantotto, sul finire degli anni di piombo e  della violenza a sfondo politico, si è aperta la strada del disimpegno e la televisione commerciale si è affermata come catalizzatrice dell’esigenza di spensieratezza e di divertimento diffuso nella società italiana. L’industria culturale dei media, principale strumento di socializzazione sin dalla sua nascita, ha raggiunto, per qualità di contenuti e messaggi, livelli bassissimi; il passaggio di status conseguente, per l’italiano medio, è stato da cittadino a consumatore. E la politica è oggi come un malato sotto anestesia in attesa dell’operazione che lo conduca alla guarigione. Non è l’etica pubblica il suo dominio ma la corrente del soggettivismo estetico, nella continua e affannata ricerca della distrazione dai reali problemi della nazione. Una narcotizzazione della ragione, una diffusa preferenza per il gossip e le frivolezze ne guidano i passi, mentre l’etica è ormai tra le braccia di Morfeo. Una spettacolarizzazione che usa vecchi e nuovi media, attrae nuovi figuranti in questo non certo esaltante circo mediatico. Nella scena post-moderna ha luogo un’omologazione di stili di vita e consumi, il prodotto malriuscito della globalizzazione sociale.

Come evitare, dunque, il declino e la deriva sociale? Eichberg e Mellone, nel loro saggio, indicano la strada maestra nell’educazione, intesa non in un ricercato nozionismo e nell’accumulo di saperi, ma nell’insegnare alle nuove generazioni l’interesse per la storia e la ricerca della verità, affinché i giovani non si ritrovino senza né padri né maestri, smarriti nell’attrazione per il potere e la moda, invischiati nella noia e nella violenza, ma depositari di un libero patrimonio della loro tradizione culturale per imparare ad amare sé stessi e il prossimo in un costante impegno quotidiano. Un esercizio di costruzione della virtù del singolo per una sana convivenza nella società civile.

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