di Donato Greco* e Flavio Sensi**

La gestione dei rifiuti urbani è ormai un tallone d’Achille in tutte le grandi città del mondo. Non c’è sindaco che non passi notti insonni su questo problema, anche nelle città più virtuose: la realtà è che la produzione di rifiuti commerciali e domestici aumenta vertiginosamente, più velocemente dell’aumento della popolazione o degli insediamenti urbani.

Figuriamoci quindi per una città come Napoli, dove camminare è veramente piacevole, ma non è stato mai molto agevole: macchine, tavolini dei bar, cassette dei negozi, deiezioni di cani, pavimentazioni sconnesse hanno sempre reso i marciapiedi napoletani difficili da percorrere, tranne le poche promenade turistiche.

Nei mesi scorsi la passeggiata è diventata talvolta un’impresa: le strade sono, ancora una volta, ostruite da montagne di sacchetti di rifiuti urbani: una scena già vista, l’ennesima emergenza rifiuti della Campania  (prevalentemente Napoli e Caserta).

Come tutto questo non poteva sollevare, anche stavolta un allarme sanitario?

Il rischio e la sua percezione

La letteratura scientifica è ricca di studi sulla relazione tra rifiuti e rischi per la salute; è dimostrato un aumento di rischio per alcuni tumori in popolazioni direttamente esposte a depositi o discariche di rifiuti industriali contenenti sostanze chimiche oncogene: i tanti sversamenti illegali avvenuti in passato  in alcune zone di Napoli e Caserta potrebbero aver dato luogo a significativi incrementi di rischio di alcuni gruppi di popolazione: gli studi sono ancora in corso.

Al contrario la buona notizia è che non è stato mai dimostrato un nesso causale tra il rifiuto urbano, lasciato per le strade ed un aumento del rischio per la salute.

D’altra parte, questo appare logico: la fermentazione dei rifiuti abbandonati non facilita la crescita di germi patogeni per l’uomo. La presenza di insetti, topi, cani randagi aggiunge degrado al degrado, ma non è correlata ad un aumento di patologie infettive. Si è giunti a fare analisi microbiologiche del contenuto dei sacchetti e persino degli effluvi che risalgono dal mucchio: nessun risultato positivo per germi patogeni per l’uomo.

Analogamente non v’è dimostrazione di rischi per la salute causati dalle discariche di rifiuti costruite e gestite secondo le norme: le discariche sono presenti ovunque ed in ogni Paese. Ben poche sono le città che possono eliminarle completamente, anche quelle che vantano record di copertura della raccolta differenziata.

Ben diversa la percezione del rischio: assolutamente naturale associare i rifiuti abbandonati a rischi per la salute! E non solo per il cattivo odore. Il concetto stesso di rifiuto: quello che abbiamo buttato è associato a sporco, a cosa da eliminare, contraria al nostro corpo, dannosa per la nostra salute.

E non c’è niente da fare! Nessuna azione informativa o educativa riesce ad eliminare l’automatica spontanea trasformazione del disagio in reale (seppur soltanto percepito) rischio per la salute!

La malattie endemiche nella zona diventano emblema della “monnezza”: ogni caso di Epatite virale o di febbre non può che essere associata ai cumuli giacenti ai piedi del palazzo.

Il necessario senso civico

Ma abbiamo veramente bisogno di invocare rischi epidemici per pretendere che la spazzatura venga raccolta? Si direbbe decisamente no. Soprattutto se i rischi epidemici erroneamente correlati ai rifiuti insistentemente proposti e riproposti dai media contribuiscono non poco alla disinformazione (di rilievo internazionale) dannosa al flusso turistico ed economico-agricolo vitali per l’economia dell’Italia.

Abbiamo mille comportamenti individuali quotidiani che sono motivati da “igiene” anche se non sono affatto correlati ai rischi per la salute! Se beviamo in bicchieri personali, abbiamo la nostra forchetta, il nostro piatto, ci laviamo spesso le mani ed il corpo, non è più, come era in passato, per scongiurare il rischio di febbri miasmatiche o catastrofiche gastroenteriti, ma perché abbiamo acquisito modalità “fisiologiche “ di vita civile la cui assenza ci farebbe soffrire.

Ed allora, perché caricare sui “nostri” rifiuti significati impropri che spostano la verità sui veri esistenti rischi per il nostro benessere?

E sì, perché i rifiuti abbandonati per strada fanno male anche se non portano infezioni. Fanno male alla nostra psiche, al nostro sentirci comunità, ai nostri comportamenti. Fanno malissimo ai bambini che ricevono indimenticabili lezioni di degrado urbano, fanno malissimo alle nostre tasche per la perdita di attività commerciali e turistiche, alla nostra immagine con i quadri delle città immerse nei rifiuti che campeggiano sui media di tutto il mondo, sono demolitivi della nostra dignità di cittadini, di membri di comunità che non sa affrontare uno dei più comuni problemi del viver civile.

Anche il packaging è sicuramente uno degli elementi propulsivi per le crisi rifiuti (a Napoli e a livello globale). Molti alimenti hanno oggi più di un involucro: le lattine sono racchiuse in blisters di cartone, i salumi e le carni in vaschette di plastica, la frutta in vaschette o retine, gli alimenti liquidi in contenitori a perdere. L’acqua in bottiglia è un’altra componente importante: milioni di bottiglie di plastica da smaltire ogni giorno. Per non parlare delle tecnologie e giocatoli (e relativi imballaggi) che durano sempre meno e se ne consumano sempre di più. Una forte intesa con le aziende produttrici ed iniziative/intese da parte delle istituzioni volte a disincentivare le produzioni del packaging sfrenato sarebbero azioni da avviare subito.

Ma una passeggiata tra le strade delle nostre città ci dice anche altro: chi ha buttato in quel crocevia un frigorifero rotto? E quel materasso, quel televisore, quel wc? Si percepisce un malsano senso di abbandono anche da parte della popolazione, una protervia avversione verso tutto quello che non è dentro le mura della propria casa, una assenza di “senso civico”, una sfiducia nella comunità.

Davanti alla catastrofe rifiuti, molti adottano comportamenti virtuosi, riducendo la produzione dell’immondizia, cercando di differenziare, ma ancora tanti perseverano in comportamenti scorretti, assolutamente incompatibili con il vivere civile.

Si impone quindi un’azione emergenziale e potente che rimuova i rifiuti dalle strade, inevitabilmente aprendo una nuova discarica, ma anche avviando concretamente i meccanismi per la costruzione dei necessari impianti.

Queste azioni non possono essere dissociate da una azione informativa immediata ed ampia, seguita dal rinforzo imponente dei programmi educativi.

In attesa che queste cose diano buoni risultati è pure necessario attivare una rigorosa attività di controlli sulle norme esistenti, sia per i Sindaci che per i cittadini, applicando senza giustificazioni i provvedimenti opportuni perché le norme, che ci sono e bastano, siano uniformemente rispettate.

I comportamenti sono contagiosi. È quindi legittimo sperare che un ambiente pulito, cittadini che rispettano le regole diventino virus “infettanti” della popolazione e dei responsabili istituzionali, per un inarrestabile epidemia del benessere civile che è pure un diritto di tutti noi.

* Donato Greco, epidemiologo e dirigente di ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità, già Capo dipartimento della prevenzione e comunicazione e Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria al Ministero della Salute, e responsabile Task Force Rifiuti e Salute, Regione Campania 2010

**Flavio Sensi, esperto Nazionale per la gestione e la riorganizzazione della Sanità. Professore di Economia ed Organizzazione Aziendale presso diverse Università Italiane.

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