di Luca Marcolivio

Per alcuni sarà un difetto, noi la riteniamo una virtù. Sta di fatto che gli italiani hanno sempre avuto, verso il patriottismo, un’attitudine giocosa, poco nazionalista e più che mai autoironica. Abituati come siamo, viste anche le radici controverse della nostra unificazione, ad un certo disincanto verso la retorica risorgimentale preferiamo riflettere sorridendo, davanti alla complessità affascinante della nostra storia. È più facile allora sentirsi uniti e gioiosi davanti a un esilarante comico nazional-popolare che non dinnanzi a un discorso protocollare di una delle più alte cariche dello Stato.

Poco propensi al libro di storia e alla cultura accademica, gli italiani apprezzano assai più la cultura orale, sia essa quella tradizionale dei nostri avi, che quella dei moderni cantastorie del piccolo schermo. Ed è nel loro umorismo che si riconoscono come popolo con i suoi vizi e virtù. A partire dall’Inno Nazionale che già nei primi anni ’70 l’indimenticato Rino Gaetano (vedi video) salutava come un semplice, sia pur rispettabile, evergreen: “Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga…”.

Oggi, invece, mentre si stanno spegnendo gli ultimi echi del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, possiamo affermare senza timore di smentita che l’evento ha avuto una risonanza quasi più commerciale che non culturale. Lo dimostrano le trovate pubblicitarie che campeggiano lungo tutte le grandi città del Paese: è tutto un fiorire di allusioni tricolori, da L’eroe dei due sconti, fantomatico patrocinatore di un mobilificio, a Mazzini e Garibaldi che campeggiano quali gadget a scopo educativo nelle confezioni di merendine. Per non parlare di una marca di collant che, già alcuni anni fa, aveva lanciato come proprio refrain Sorelle d’Italia, un geniale Inno di Mameli, tutto al femminile.

C’è Checco Zalone (vedi video) che struggendosi in un nuovo amletico dubbio (chi è il migliore tra Goffredo Mameli o Giuseppe Verdi?) lamenta il mancato passaggio radiofonico dell’Inno Nazionale, mai richiesto nei piano bar e completamente assente dagli i-pod dei giovanissimi… Prendendo atto della maggior fama del compositore di Busseto rispetto all’autore dell’Inno, Zalone si ritrova a constatare con rammarico che il Va’ pensiero è stato fatto proprio dai leghisti, mentre lo stesso Nabucco merita di essere modificato con le parole rivolte da Materazzi a Zidane in occasione della famosa “testata” alla finale dei Mondiali 2006…

Altrettanto politicamente scorretti i Soliti Idioti (vedi video) che su MTV aprono il loro sketch ironizzando sulle inclinazioni libertine dei padri della Patria (“Se prima eravamo in uno a mostrare la medaglia / adesso sia in due a cantare viva l’Italia…”), dove Vittorio Emanuele, Garibaldi e Cavour, accompagnati da Verdi al pianoforte, dopo un esordio al ritmo di una marcetta bersagliera, si lanciano in una scatenata samba, sbeffeggiando i luoghi comuni italici (mafia, spaghetti e mandolino compresi) fino a che una voce in stile “Istituto Luce”, proveniente da un grammofono, nel dare una notizia di simil-attualità, etichetta il re e il generale rispettivamente come “Vittorio Emanuele detto Totò e Giuseppe Garibaldi detto Peppino”.

A scherzare sull’Inno d’Italia è anche Enrico Brignano, costernato dalle espressioni arcane di Novaro e Mameli (vedi video). Quest’ultimo “compose l’inno in un giorno solo… Mameli, ma chi sei, Mogol? Ma prenditi il tuo tempo, canticchialo a qualcuno prima, provalo sotto la doccia…”. In quanti, allora, capiranno che l’Italia s’è svegliata, ovvero desta? E Scipio chi era, in quale squadra giocava? Se lo saranno domandati tanti imbarazzati calciatori in maglia azzurra, pochi istanti prima del fischio iniziale… “Dov’è la vittoria? Non lo so, ancora dobbiamo giocare!”. “Stringiamci a coorte, siamo pronti alla morte… No, io no, stasera c’ho un appuntamento con una, al limite domani, mi fai una telefonata e ti confermo…”. E suggerisce come inno alternativo il celebre hit di Toto Cutugno: “Lasciatemi cantare, perché ne sono fiero / sono un italiano, un italiano vero…”.

Last but not least, Roberto Benigni: il comico toscano non è nuovo a sortite patriottiche. Durante il tour teatrale del 1996 (vedi video) improvvisò: “Ah che bellezza essere italiano / ai tempi nostri e a quelli di Ben-Hur / Colombo, Dante, Cesare, Tiziano / e Camillo Benso conte di Cavour. / Sorseggio il cappuccino e mi ci beo / pensando a Garibaldi e a Galileo, / e mi sento il corpo turgido, gagliardo / se penso che discendo da Leonardo. / Penso a Coppi, sul Tonale e mi sale su il morale / e mi sale un’erezione quando penso a Cicerone…”. All’ultimo Festival di Sanremo, la sua esegesi dell’Inno d’Italia (vedi video), per la verità, di comico ha ben poco: è l’esaltazione di un giovane – Mameli – che compone un canto patriottico non con lo spirito “di chi protegge la terra dei suoi padri ma” di chi “difende la terra dei suoi figli”. L’esegesi di tutti i giovani che 150 e più anni fa diedero la vita per una patria ormai prossima a sbocciare.

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