di Carla Manfreda

Quando si parla di bambini, si parla di persone: dal momento del concepimento e lungo tutta la gravidanza, al momento della nascita e in tutte le tappe evolutive che li accompagnano al raggiungimento della condizione di donne e di uomini adulti, per tutta la vita fino alla fine.

Può sembrare una sottolineatura forzata, ma è un’affermazione dovuta, perché chiarire questo concetto significa assumere atteggiamenti e comportamenti diversi nei confronti dell’embrione, del feto, del neonato, del bambino che cresce così come dell’anziano che muore.

Quando una coppia aspetta un figlio, nei lunghi mesi della gestazione, sogna, immagina quel figlio che dovrà avere gli occhi azzurri, i capelli neri, che dovrà amare la musica e diventare un ingegnere, una biologa di successo, oppure un campione di calcio, che dovrà essere una bellissima donna o un uomo affascinante.

Al momento della nascita, invece, quella persona si presenterà con caratteristiche, geni, assolutamente diversi, con punti deboli e punti forti, con pregi e difetti, ma comunque diversa.

Il rischio per la nuova creatura sarà quello di continuare ad essere vista e trattata come è stata immaginata: in sostanza a non essere accettata per quello che è.

Se riflettiamo possiamo renderci conto dell’ingenuità di quanti pensano di superare il Creatore in fantasia e generosità quando una Sua creatura arriva a questo mondo. A noi è affidato il compito di accettarla, di conoscerla e di valorizzarne tutto il potenziale che le è stato donato e che noi andremo via via a scoprire durante l’affascinante lavoro educativo.

Alla persona vanno riconosciuti innanzitutto la sua dignità, il diritto di essere e di sentirsi accettata e amata, il diritto di essere educata, formata per essere libera. La persona-bambino è fortemente e naturalmente spinta verso la trascendenza e, se aiutata dall’educatore, può iniziare un percorso verso la perfezione, lottando contro la zavorra delle debolezze umane. Sul piano del rapporto educativo, sia da parte della famiglia che della scuola, il concetto di unicità di ciascuno deve portare al massimo rispetto nei confronti dell’educando, un rispetto che tenga conto della sua dignità a prescindere dalle qualità, dalle abilità, dalle soddisfazioni con cui gratifica l’educatore. Troppo spesso gli educatori non usano esaminare il proprio operato in questo senso. Chi educa deve collaborare al pieno raggiungimento della formazione della persona, senza però sostituirsi a lei nella sua realizzazione.

Mai come in questi anni il tema dell’educazione riempie le pagine di libri e di riviste, fornendo argomenti per palinsesti televisivi, per dibattiti nei circoli culturali, nelle parrocchie, nelle sale comunali, negli istituti scolastici. Mai come in questo periodo, al momento di passare dalla teoria alla pratica, genitori e professionisti dell’educazione si sono rimbalzati responsabilità che nessuno vuole più assumersi, aspettando risultati miracolosi e rifiutando l’impegno quotidiano, costante, in risposta al bisogno della persona da educare.

Conoscere, seminare, incoraggiare, correggere, potenziare, amare, sono i verbi che ogni educatore ha la fortuna ed il dovere di coniugare al presente ed al futuro, con fiducia e lungimiranza.

Un progetto educativo per ogni figlio e per ogni alunno, basato sulla centralità della persona, esige competenza professionale, ma soprattutto  sensibilità, passione e vocazione per la missione. È un augurio di buon lavoro ad ogni educatore.

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