di Chiara d’Auria

Nominato nell’agosto 1922 primo Delegato apostolico in Cina, noto per la sua indubbia onestà e rettitudine, Celso Costantini fece del suo amore per l’Asia, in particolare per l’arte sacra cinese, uno dei principali punti di forza durante la sua attività nell’estremo oriente. Fu un vero protagonista della Chiesa del Novecento e del complesso quadro storico-politico del XX secolo.

Promosse nel 1924 il primo Concilium Sinese (Concilio Plenario), svoltosi a Shanghai, consacrando successivamente il Paese al culto di Nostra Signora di Sheshan. Grazie alla sua instancabile attività diplomatica, il 28 ottobre 1926 furono nominati dal papa Pio XI nella Basilica di San Pietro in Vaticano i primi sei vescovi cinesi. Durante il suo impegno come Delegato apostolico (svolto tra il 1922 e il 1933) il cardinale (tale nomina gli fu attribuita nel 1935) fondò la Congregatio Discipulorum Domini (Congregazione dei Discepoli del Signore), la prima congregazione religiosa cinese, attualmente diffusa in quasi tutto il continente asiatico.

Sostenne fortemente l’istituzione dell’Università cattolica di Fu-Jen, dando vita, dopo il suo rientro dall’Asia, ad un collegio cinese a Roma. La figura di Celso Costantini, oltre a costituire un esempio di carità cristiana e dedizione all’ecumenismo e all’evangelizzazione, rappresenta un importante anello di congiunzione tra alcuni dei più rilevanti eventi storici tra la prima e la seconda guerra mondiale: nel primo dopoguerra fu promotore della carità verso i bambini nati da rapporti extra-matrimoniali negli anni del conflitto, per i quali contribuì alla creazione dell’Istituto San Filippo Neri. In seguito, nel corso della crisi di Fiume, rivestì il delicatissimo incarico di Amministratore Apostolico nella città, comprendendo il significato dell’esperienza fiumana, foriera di nuove tendenze sociali e politiche. Infine, durante il suo incarico in Cina, egli affrontò il problema dei rapporti tra l’Occidente e il grande paese asiatico, nonché della presenza e del ruolo della Chiesa. Esaminando il suo contributo religioso, oltre che storico, si evidenzia la diligenza e l’attenzione con cui il cardinale si dedicò alla carità, alla cultura e alla missione del credo cristiano. Costantini era convinto che per la Chiesa cattolica fosse necessario un profondo adeguamento e rinnovamento per affrontare la modernità, soprattutto attraverso la revisione di alcune delle sue strutture operative.

L’attualità del suo insegnamento emerge con forza soprattutto nel modo in cui interpreta e vive personalmente la “questione cinese” attraverso una propensione, fino ad allora “inedita”, alla valorizzatore della cultura orientale. Unitamente alla passione per la tradizione millenaria locale, Costantini svolse con zelo uno dei suoi compiti più ardui: la piena attuazione alla lettera apostolica Maximum illud di papa Benedetto XV del 1919. Questo documento rappresentò una vera e propria svolta storica per la regolamentazione degli impegni e delle attività delle missioni cattoliche, poiché vi era indicato di svincolare le missioni stesse da qualsiasi elemento che potesse favorire la percezione della Santa Sede come potenza “paracoloniale”, asservita agli interessi di paesi occidentali, oltre che a quelli dei singoli protagonisti della scena politica contemporanea. In tal modo, il cardinale contribuì a creare e a rafforzare le comunità cristiane in Cina ed il loro clero indigeno che, grazie a ciò, riuscì a resistere alle persecuzioni del regime comunista iniziate nel 1950.

Sull’aspetto propriamente storico-politico, come è noto, le autorità diplomatiche francesi detenevano un controllo privilegiato su tutte le missioni cattoliche. Sulla base dei cosiddetti “Trattati Ineguali”, infatti, alla Francia e ai suoi rappresentanti diplomatici era assegnata la protezione dei missionari di qualunque nazionalità poiché il Console francese era l’unica figura autorizzata al rilascio dei passaporti e dei visti. Ciò costituiva la chiave principale per il monitoraggio di tutte le attività cattoliche nel paese. Costantini, attraverso un’attenta e lunga operazione diplomatica, riuscì ad applicare la Maximum illud eliminando gradualmente il peso del protettorato francese. In tal modo, inoltre, si definì quanto netta fosse la separazione degli interessi della Santa Sede da quelli del governo italiano (il quale, a partire dalla prima metà degli anni Venti, considerò il “Paese di mezzo” un interessante obiettivo economico e commerciale). Il risultato politico dell’attività di Costantini è dunque fondamentalmente riscontrabile nel riconoscimento del massimo rispetto alle autorità cinesi da parte di tutto il mondo cattolico. Attraverso l’operato del cardinale fu quindi possibile per la Santa Sede dimostrare che le missioni cattoliche non erano nate per la realizzazione di scopi politici.

Al termine del suo incarico, Costantini mantenne stretti rapporti con il suo successore, monsignor Zanin, oltre che con il Delegato apostolico in Giappone, monsignor Marella. Alla sua morte, nel 1958, il cardinale rappresentava il principale interlocutore della Santa Sede con la Cina; tuttavia prima della sua scomparsa poté assistere alla nascita di una gerarchia ecclesiale indigena e all’elevazione ad Internunziatura della Delegazione da egli stesso avviata.

Comments are closed.