di Elisabetta Pittino

Ho avuto il piacere di incontrare Luisa Ferrari, 57 anni, sposata, cinque figli, casalinga, che negli ultimi trent’anni ha visto cambiare radicalmente la sua vita, in modo quasi sorprendente.

Tu hai vissuto pienamente il ’68. La rivoluzione sessuale, l’introduzione del divorzio, dell’aborto. Come sei arrivata al matrimonio? Perché ti sei aperta alla vita?

“Il ’68, che ho vissuto come studentessa e non come attivista politica, si è mescolato con la mia immaturità e fragilità affettiva. Era affascinante, era avventuroso. Alla fine però non ne potevo più di certe ipocrisie sessantottine. Mi sono innamorata di una persona, mio marito, e  questo mi ha permesso di liberarmi dall’ideologia.

La mia vita sentimentale è stata varia. Nel 1980 ho iniziato a convivere con mio marito, nel 1984 ci siamo sposati civilmente e, nel 1992 abbiamo celebrato il matrimonio religioso. Sono arrivata al matrimonio a partire da un’evoluzione interna che ha compreso la conoscenza di Dio e dell’indissolubilità del matrimonio.

L’apertura alla vita è nata come un desiderio naturale, neanche troppo profondo. Mio marito ed io eravamo abbastanza infantili su questo. Abbiamo detto “proviamo ad avere un figlio”. Il figlio è arrivato subito e la gioia che ho provato, del tutto nuova, mi ha fatto pensare: “allora Dio esiste, allora ha ragione la Chiesa”. E mi si è aperto un nuovo mondo”.

Ti senti realizzata come donna? Perché?

“Mi sono sentita pienamente realizzata come donna dopo la maternità. La maternità ha avuto un peso importantissimo per la mia realizzazione. Non so perché: mi è piaciuta molto e non me l’aspettavo. Nel passato ero stata così tesa a negarla che è stata una sorpresa. Non ho vissuto il figlio come una limitazione, ma come un ampliamento. Tanto è vero che dopo mi sono pure laureata (in Psicologia).

Comunque, il dare la vita è molto bello, ma è anche qualcosa che toglie ed è porta sofferenza e dolori. A questo punto non sarebbe bastata questa cosa viscerale, c’era bisogno di altro. Ho avuto bisogno di scoprire in profondità Cristo per giustificare a me stessa il rapporto matrimoniale e quello con i figli. Oggi mi sento realizzata come donna, pur con alcune fatiche, perché si tratta di rinunciare a qualcosa”.

Eri maestra e poi hai lasciato il lavoro: il fatto di avere una famiglia numerosa ti ha ostacolato nel fare ciò che ti piaceva?

“È stato un sacrificio lasciare il lavoro, ma perdere i primi anni di vita dei miei figli mi dispiaceva tantissimo, quindi sono stata contenta di potermeli godere. Certo, ho perso qualcosa e per molti anni mi sono illusa che avrei recuperato. Oggi mi sento entrata in pieno nel mio ruolo e, nello stesso tempo, non mi sento privata né della curiosità intellettuale né della conoscenza: ho ancora tutti i miei interessi e li coltivo”.

Ti senti rispettata nella tua femminilità dalla società?

“Per me la femminilità è molto delicata. Ho recuperato attraverso la famiglia un lato della femminilità che non sapevo di avere e ho scoperto alcuni aspetti del matrimonio tipicamente cristiani, che non conoscevo: fedeltà, castità, continenza. La società non appoggia e non favorisce la maternità e la famiglia. A certi datori di lavoro scocciava che io fossi incinta, anche a certi genitori. L’immagine femminile che si dà è piuttosto artefatta e si concilia male con alcuni dati della realtà, per esempio con il reale corpo della donna. Non si rispettano neppure i ritmi biologici: non puoi neanche invecchiare in pace!”.

Cosa significa essere madre e moglie per te oggi?

“Il mio ruolo verso mio marito, è amarlo e rispettarlo nelle sue scelte diverse dalle mie, così la nostra relazione diventa una comunione anche quando non fila tutto liscio. Essere madre significa guidare i figli verso l’autonomia, tentando di dare loro dei valori – la fede – di rispettarli nella loro diversità e di aiutarli a conoscere se stessi. Dove ho sbagliato e sbaglio è nei divieti: dove c’è da essere molto fermi, i “no” decisi, i limiti: lì sbaglio molto”.

Hai imparato ad essere madre e moglie o lo sei stata subito?

“Ho faticosamente e dolorosamente imparato e adesso aspetto di godermi una vecchiaia felice!”.

A questa società, dove o ci si sposa tardi o non ci si sposa per niente, dove si ha paura dei figli, ci si separa e si divorzia, tu che cosa vuoi dire?

“La famiglia è un’esperienza bellissima, ma va affrontata nel Signore se vuoi che il tuo sia un amore eterno. Vale la pena costruire, fare fatica, sforzarsi per creare una famiglia. Devi essere pronta a fare sacrifici, sapendo che non ti devasterà. Questo è possibile nel Signore. Lui ti dà la forza di accettare, ad esempio, un lato di tuo marito che non sopporti, ti aiuterà ad andare oltre, passando sopra te stessa.”

E alle donne?

“Faccio l’augurio di essere se stesse. Leggete gli scritti di Giovanni Paolo II e riscoprirete che la sessualità in pienezza è nel cristianesimo. Non fatevi fermare da barriere ideologiche, andate a cercare lì”.

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