di Francesca Pica

Le donne odiavano il jazz / non si capisce il motivo, cantava Paolo Conte nel 1984 e se lo dice lui che dell’argomento è maestro… ma è proprio vero che le signore non amano la musica dei neri d’America? E il motivo non si capisce? La frase ha una valenza doppia dal momento che il jazz è una musica priva di ritornelli e strofe comprensibili. Non ha, cioè, un motivo immediatamente riconoscibile. Inoltre, pare che esprima un’aggressività molto maschile, con un ritmo spezzato apparentemente disarmonico. Eppure in quelle note c’è passione, forza, sentimento e fantasia.

La musica che riesce a toccare il cuore non è dunque solo quella fluida e melodica ma anche quella strapazzata e disarmonica, quella suonata con l’anima e con la forza interiore, qualsiasi emozione rappresenti. E’ quella che sa parlare a tutti, attraverso un linguaggio universale e diretto, in comunicazione con lo spirito.

Anche se è vero che nel  jazz le donne non sono tantissime, è altrettanto vero che, ripercorrendo la storia dall’inizio del secolo, troviamo non solo musiciste, ma anche appassionate di questo genere al punto di farne la propria ragione di vita.

Il Jazz, dunque, piace alla donne, ma quando ne sono le interpetri si scopre un mondo sonoro fatto di colori sottili e nuances inaspettate. Quelle contenute in Profumo di jazz, l’ultimo disco pubblicato da Elga Paoli, cantante, pianista e compositrice. Questo lavoro è il riassunto di un cammino attraverso la musica, la tradizione colta della canzone d’autore, la composizione strumentale. I brani procedono in maniera leggera con interventi raffinati da parte di tutti i musicisti, compresa l’autrice. Un lavoro che è anche sfoggio della preparazione e delle esperienze jazzistiche dell’intero ensemble, strumentisti bravi a colorare con tenui impressioni gli spazi di solo e ad interpretare il vellutato ritmo delle scritture con introspettive soluzioni melodiche.

Della band si ricordano con piacere le avvolgenti trame eseguite da Gian Piero Lo Piccolo in Spleen-Dream e Il Fantasma dell’Amore, lirismi sonori definiti da Stefano Nunzi, con particolare riferimento al tango caposselano de Il Corpo, le sfumature della fisarmonica di Roberto Palermo e le visioni della tromba del sapientissimo Fabrizio Bosso, erede di tutti i grandi trombettisti e tra i migliori dell’attuale scena italiana.

La voce di Elga è penetrante, sensuale, dolcemente nasale, ricca di chiaroscuri, a tratti intensa fino a giungere quasi ad una sorta di “sofferenza” o di forte passione. Ed è così che si definisce l’autrice: un po’ minimalista, un po’ passionale.

I testi sono l’altra chiave dell’intera registrazione, voce e pianoforte si inseguono per arrivare in maniera diretta al cuore di chi ascolta. Gli undici pezzi di Profumo di Jazz rievocano non tanto il classico locale fumoso, regno di maghi della tromba, di sassofonisti tormentati, di cantanti provati dalla vita e dall’alcool, quanto piuttosto un jazz-club per amatori, per cultori, un luogo più simile ad un circolo letterario dove è di casa l’attenzione, la suggestione, il desiderio di sentire fino in fondo le note e le parole.

Anche per questi motivi, quest’album può sicuramente suscitare l’entusiasmo di chi non è, in senso stretto, un “jazzofilo” puro, ed avvicinarlo in modo mediato ad un genere che fa delle sfumature e dei dettagli le sue caratteristiche più tipiche.

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